Non muoiono mai è la commedia familiare di cui non sapevi di aver bisogno

Non muoiono mai
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A Palma Campania, periferica provincia di Napoli, tre cugini si ritrovano per passare l’estate nella tenuta dell’anziana nonna. È questa la premessa di Non muoiono mai, un romanzo dall’anima comica e malinconica, un romanzo sulla famiglia, sui segreti e su quei fili invisibili che possono legare le persone per sempre. Il libro che ha scritto Francesco Spiedo va letto tutto d’un fiato, seguendo le avventure di Enrico, MargheritaMargot – e Pasquale, i tre cugini, della nonna e della badante Ljudmila.

Non muoiono mai è un romanzo veramente polifonico, in cui le voci dei cugini si alternano, in un saliscendi di registri, toni e stili, intermezzato da capitoli-confessione che raccontano una vicenda ambientata nella Napoli della guerra, che tanto mi hanno ricordato La pelle di Curzio Malaparte.

Enrico, il più adulto dei tre ragazzi, di lavoro fa il moderatore dei contenuti su un social network, e tutto l’odio che ogni giorno è costretto a digerire sembra aver intaccato la sua anima. Margherita – la vedi proprio, col caschetto biondo e il portamento fine – è tornata dalla Francia, dove vive da anni con un uomo più grande di lei. Da quando è a Parigi è diventata Margot, la sua lingua è impastata di francesismi. E poi c’è Pasquale, il più giovane, fresco di laurea in Agraria, che vorrebbe prendersi cura del giardino della nonna, o almeno così racconta.

Ecco, appunto, cosa porta tre ragazzi tra i venti e i trent’anni a trasferirsi a casa della nonna, in un paesello sperduto e per di più nel pieno dell’estate? Non muoiono mai è un contenitore di segreti, e dietro le personalissime motivazioni di ciascuno se ne cela uno. È un lento svelamento, questo libro, ritmato dallo sciogliersi di quella reticenza che protegge i segreti tra sconosciuti o tra persone che hanno smesso di conoscersi.

Il grimaldello della storia è un gioco assurdo, che Pasquale e Margherita tessono ai danni di Enrico, fingendo di credere alle apparentemente folli affermazioni della nonna, come se fosse una Sibilla capace di predire il futuro. È da qui che parte un sentiero che ci porterà verso il segreto ultimo, e tutto questo parlare di segreti mi ha fatto pensare anche alla Teoria della prosa di Ricardo Piglia.

Nel 1995 Piglia, critico e scrittore argentino, tenne all’università di Buenos Aires delle lezioni sulle opere dell’urugayo Juan Carlos Onetti, una delle grandi penne della letteratura sudamericana del Novecento. A febbraio del 2022 Wojtek ha pubblicato queste lezioni, lunghe dissertazioni sui racconti di Onetti, e, come proprio Spiedo sintetizza nella sua recensione per Minima&Moralia, ciò che ne è venuto fuori è «un’immersione nel laboratorio centrale»: una «teoria pratica della prosa», occasione per meditare a lungo i testi, le loro qualità, ciò che li rende quello che sono.

Alla fine della recensione Spiedo scrive che «seguendo i ragionamenti di Piglia si è obbligati a riflettere, a riportare i ragionamenti alle proprie opere se si è scrittori oppure ad adattarli ai libri sul comodino se si è lettori». Ora, questo è sicuramente vero, Teoria della prosa è un prezioso contenitore di strumenti critici per decifrare un testo, che sia nostro o di altri. E, curiosamente, uno dei temi centrali delle lezioni di Piglia è proprio il segreto. Immagino che, mentre scriveva le parole che ho appena citato, Non muoiono mai esistesse già se non nella forma che conosciamo, quasi – sarebbe interessante chiederlo all’autore. Eppure Teoria della prosa è davvero uno specchio in cui riflettere le vicende della nonna, di Enrico, Margherita e Pasquale per apprezzarle ancora di più.

Nella quinta lezione Piglia dice che «un segreto è una storia che non finisce mai», ed è proprio così: in fondo i segreti, e tutto quello che si portano dietro, non muoiono mai.

 

 

 

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