Febbre di Ling Ma, ovvero come reagiamo alle catastrofi

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Una minuscola donna cammina, completamente sola, su un’arteria autostradale deserta. Alle sue spalle giacciono macchine da cui i conducenti sono scappati. Sembrano i resti della fine del mondo. Sullo sfondo una città morta dorme.

La copertina italiana di Febbre racchiude lo spirito del romanzo di Ling Ma come solo il disegno sa fare. È un romanzo che ruota intorno al collasso dei nostri mondi e dei modi in cui reagiamo alle catastrofi esistenziali.

In questo articolo vedremo perché valga la pena leggerlo e come mai, leggendolo, mi abbia fatto tornare in mente la serie tv Squid Game.

Di cosa parla Febbre

È il 2011 e una malattia altamente infettiva si sta diffondendo per il mondo. La chiamano «febbre di Shen» e si crede che abbia avuto origine nella città cinese di Shenzhen.

Ora, bisogna ricordare che Febbre è stato pubblicato nel 2018 e c’è da dire che i paralleli con la pandemia che ancora stiamo attraversando finiscono qui.

La febbre di Shen «si contrae inalando microscopiche spore fungine». È una strana malattia che non uccide di per sé, ma lo fa trasformando le persone in automi, intrappolati nelle loro più banali routine. Chi ha la febbre diventa un essere privo di coscienza e volontà.

La malattia ha portato il mondo al collasso. Solo un manipolo di donne e uomini è sopravvissuto. Al loro comando presto s’è imposto Bob, ex informatico nerd di World of Warcraft.

A questo gruppetto, che trova rifugio in un vecchio centro commerciale, si unisce Candace, figlia di immigrati cinesi nonché ingranaggio della grande macchina dell’editoria statunitense.

Candace era rimasta a New York, mentre la città diventava un luogo spettrale. Fino all’ultimo aveva mandato avanti la sua vita, le sue abitudini. Continua ad andare in ufficio e, intanto, aggiorna il NY Ghost, un blog che aveva creato anni prima e dove condivide le immagini di una città ormai fantasma.

Ling Ma, che nella vita insegna scrittura creativa, ha raccontato di aver immaginato Febbre come un «romanzo sul lavoro». La SARS, Ebola, l’uragano Sandy e i blackout a New York l’avevano portato a pensare «a come le aziende rispondono alla catastrofe e al modo in cui la cultura del lavoro vi si adatta».

Quella che è venuta fuori, tuttavia, è un interessante racconto di come gli esseri umani reagiscono a tante altre piccole o grandi catastrofi esistenziali.

Quello che è venuto fuori è un romanzo sui sistemi umani, cioè su quel complesso di abitudini e convenzioni a cui aderiamo per stare al mondo. Febbre racconta la loro trasformazione, chiaramente il loro collasso e infine la loro costruzione o ricostruzione.

Racconta le catastrofi che innescano o sono innescate da questi mutamenti.

Come reagiscono gli esseri umani alle catastrofi?

È la catastrofe dei genitori di Candace, che lasciano la Cina poiché a Zhigang, il padre, «era stata concessa l’opportunità di studiare in America». La loro integrazione è un’assimilazione, un progressivo assorbimento in un nuovo sistema, che si rivela diverso già alla prima sera negli Stati Uniti:

Quella prima sera, per trovare qualcosa da mangiare, andarono a piedi fino al negozio di alimentari più vicino, altre un chilometro di distanza […]. A Fuzhou non c’erano negozi come quelli. Le porte di vetro si aprirono automaticamente e in quei primi momenti da capogiro, mentre vagavano per chilometri di corsie illuminate al neon e piene di prodotti e venivano assaliti dalla pelle d’oca nel reparto surgelati, non gli veniva in mente che potevano toccare la merce. Solo osservando gli altri clienti si resero conto che non si doveva aspettare a un bancone mentre un commesso recuperava i prodotti. Non bisognava pagare in anticipo, come era consuetudine a Fuzhou.

In effetti la trasformazione, cioè il vero passaggio da un sistema all’altro, diventa possibile solo come aderenza a nuovi riti. La nostalgia di Ruifang, la madre, «si mitigava nei grandi magazzini, nei supermercati, nei magazzini dei grossisti, nei centri commerciali […] La soluzione era lo shopping».

La ricostruzione della normalità passa attraverso le abitudini. È alle abitudini che anche Candace resta aggrappata, mentre il mondo crolla. Ma, in un’intervista alla Paris Review, ha spiegato che c’è stata una domanda ad animare la scrittura del romanzo: «Perché Candace continua ad andare a lavoro?».

La verità è che ha talmente interiorizzato la sua routine da non riuscirne a evadere. Continua ad andare in ufficio, tiene i contatti con i fornitori, in un assurdo loop di gesti rassicuranti e azioni ripetute.

Per lei la fuga non è solo impossibile, ma neanche immaginabile. Non c’è vita al di fuori del complesso di convenzioni a cui si aderisce. A meno che non si riesca a guardare più in là e si abbia la volontà di farlo.

Candace non scappa quando a scappare è il suo ragazzo Jonathan, un aspirante scrittore reietto della gig economy. È dalla vita imposta da New York, la metropoli tentacolare in cui bisogna vivere per lavorare, che Jonathan vuole scappare. Candace no, lei è perfettamente integrata, e lo dice anche alla fine del romanzo:

Vivere in una città significa vivere la vita per la quale è stata costruita, adattarsi ai suoi orari e ai suoi ritmi […]. Vivere in una città è partecipare ai suoi sistemi impossibili e diffonderli. Svegliarsi. Andare a lavorare al mattino. È anche farsi piacere quei sistemi perché, altrimenti, chi riuscirebbe a ripetere le stesse routine, un anno dopo l’altro?

Febbre, Squid Game e gli uomini in società

La fuga, per Candace, diventa possibile solo quando è l’unica alternativa. Così è quando scappa dall’ormai deserta New York e finisce tra altri sopravvissuti come lei.

Quando ho guardato Squid Game la cosa che più mi aveva colpito era l’inevitabilità della vita come lotta. Certe dinamiche di sopraffazione e dominio, questo mi pare uno dei messaggi che lascia la serie, sono proprie della natura umana.

Anche nel centro commerciale di Febbre vediamo nascere una società in scala ridotta. Bob s’impone sugli altri e costruisce il suo sistema, fatto di rituali inquietanti e regole assurde.

Quando un nuovo adepto si unisce al gruppo il suo smartphone viene distrutto. Tengono puntualmente raid nelle case e, prima di ogni raid, si stringono in cerchio e recitano una sorta di preghiera.

I malati di febbre vengono uccisi. Man mano anche diversi membri del gruppo vengono fatti fuori. Intanto chi viola le regole viene imprigionato. È quello che capita alla stessa Candace, che scappa di nuovo solo quando è tutto ciò che resta da fare.

Scappa, verso un futuro di possibilità, da inquadrare in un ennesimo, nuovo sistema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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