Così è come il complottismo nasce nella tua mente

Ascolta quest'articolo come audio:

Come nasce il complottismo?

Sì, insomma, per quale motivo una persona comincia a credere alle tante teorie del complotto che girano?

Perché alcune di queste teorie del complotto hanno così tanto successo?

Avevo queste e altre domande per la testa quando mi sono imbattuto in Menti sospettose, un libro che ho letteralmente divorato, scritto da Rob Brotheron.

Chi è Rob Brotheron? È un professore universitario di Psicologia, è considerato un esperto internazionale di complottismo e da anni studia la mentalità complottista.

In questo articolo, prendendo spunto da questo libro, proveremo a trovare alcune risposte alle domande da cui siamo partiti.

Vedremo prima di tutto cos’è una teoria del complotto, dunque chi è davvero un complottista. Alla fine parleremo di perché le persone credono alle teorie del complottocome mai siamo il complottismo riguarda tutti (sì, anche te e me).

Che cos’è una teoria del complotto?

Le teorie del complotto, nella loro forma più semplice, sono storie che rispondono a domande irrisolte.

Altre volte, invece, partono dalla sfiducia verso la versione ufficiale dei fatti.

Le teorie del complotto sull’11 settembre, per esempio, nascono proprio dall’idea che le cose non siano andate come sono state raccontate.

Ora, il pensiero che dietro un fatto ci sia un complotto non è sbagliata a priori.

La storia è piena di complotti, tanto riusciti quanto falliti. Umberto Eco, in una sua conferenza sul complottismo, partiva da questo semplice presupposto, ma facendo una distinzione fondamentale:

«la caratteristica dei complotti reali è che essi vengono immediatamente scoperti, sia che abbiano successo, vedi Giulio Cesare, sia che falliscano come il complotto dell’Orsini per uccidere Napoleone III».

Qui, invece, ci interessa quella che Eco definiva «sindrome del complotto e del favoleggiamento di complotti talora cosmici di cui è popolato internet e che rimangono misteriosi e insondabili».

Quello di cui stiamo parlando non è tanto una certa teoria del complotto, quanto invece una mentalità, che ora cercheremo di precisare.

Lo stile complottista

Nel 1964 Richard Hofstadter, storico e studioso del complottismo, pubblicò sull’Harper’s Magazine un lungo articolo dal titolo eloquente: «The Paranoid Style in American Politcs».

In quest’articolo, parlando del complottismo nella politica americana, Hofstadter scriveva:

«[…] dietro […] credo ci sia uno stile mentale tutt’altro che nuovo […]. Lo chiamo lo stile paranoico semplicemente perché nessun’altra parola evoca adeguatamente il senso di accalorata esagerazione, sospettosi e fantasia cospirativa che ho in mente».

Subito precisava che:

«Nell’usare l’espressione “stile paranoico” non parlo in senso clinico, ma prendo in prestito un termine clinico per altri scopi».

Non si tratta, cioè, di paranoia patologica. È più che altro un atteggiamento, un modo di interpretare la realtà.

Brotheron ha sintetizzato così questo «stile complottista»:

«Il prototipo della teoria del complotto è una domanda a cui non è stata data risposta; essa presuppone che nulla è come sembra; ritrae i cospiratori come persone dotate di competenze fuori dal comune, e straordinariamente malvagie; si basa su una ricerca serrata dell’anomalia; ed è, in ultima analisi, inconfutabile».

Più avanti vedremo perché queste caratteristiche delle teorie del complotto le rendono così potenti e affascinanti.

Adesso però rispondiamo a una domanda che probabilmente gira dall’alba di Internet.

Questa è l’era del complottismo?

L’epidemia da Covid-19 ha portato con sé quella che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito «infodemia».

Un’infodemia è un diluvio incontrollato di informazioni, che abbiamo ormai imparato a conoscere tutti.

Notizie verificate si mescolano a falsità e teorie del complotto, ma la quantità di informazioni che circolano rende complesso fare una distinzione.

È altrettanto chiaro che i social media favoriscano questi fenomeni e che alcuni meccanismi della rete possano accelerare la diffusione di teorie complottiste.

In passato su questo blog abbiamo parlato, per esempio, di filter bubble.

Praticamente la filter bubble è una (metaforica) bolla che ci avvolge mentre navighiamo online. Ciò che fa è isolarci da visioni del mondo e idee diverse dalle nostre.

Il risultato è che finiamo per guardare la realtà in uno specchio distorto, che rafforza in noi la convinzione che le cose stiano esattamente come crediamo, anche se nei fatti non è così.

Capite bene che questo è un grosso pericolo quando quello in cui crediamo sono teorie del complotto.

Nell’articolo che ho scritto sulle bolle di filtraggio avevo raccontato la storia di Caleb Cain, un ragazzo americano diventato complottista su YouTube.

Caleb aveva cominciato a seguire un canale di alt-right, che diffondeva disinformazione e teorie complottiste.

L’algoritmo di YouTube, intercettando questa preferenza di Caleb, aveva cominciato a consigliargli sempre più contenuti simili, rafforzando in lui la convinzione di essere circondato da complotti orditi da nemici spesso invisibili.

Ora, sarebbe sciocco però credere che fino al XX secolo si vivesse in un mondo perfettamente razionale.

Internet è la principale causa del dilagare del complottismo? Certo che no.

Già nel 64 a.C., l’anno dell’incendio di Roma, gli antenati dei moderni teorici del complotto sostenevano che fosse Nerone ad aver scatenato la catastrofe.

E che dire degli Illuminati? Nel 1776 il filosofo Adam Wishaupt fondò questa società segreta, ma ben presto i suoi membri furono perseguiti e l’associazione fu distrutta.

Nonostante questo cominciarono a circolare voci secondo cui gli Illuminati fossero i burattinai di diversi eventi mondiali, a partire dalla Rivoluzione francese.

Cos’è allora che sta alla base del complottismo? Per capirlo non dobbiamo cercare una causa esterna, ma scandagliare la mente umana.

Il tuo identikit del complottista è sbagliato

Chi è il complottista? Probabilmente ti viene da pensare a qualcosa di simile:

Nonostante abbiamo un certo stereotipo del complottista stampato in mente, le cose stanno diversamente.

Non tutti i complottisti sono mezzi matti che passano le giornate a scrivere deliri sgrammaticati sui social network.

Se è vero che il complottismo è comune nelle fasce più deboli della popolazione, è altrettanto vero che anche tra i potenti possono dilagare le teorie del complotto.

L’esempio di Donald Trump – che, giusto per ricordarlo, è stato per quattro anni l’uomo più potente della Terra – è solo l’ultimo di una lunga lista.

Credere a una teoria del complotto non ha solo a a che fare con l’istruzione, la cultura o le competenze che abbiamo.

Ci sono motivi più profondi che spiegano il pensiero complottista. E ora li vedremo.

Perché le persone credono alle teorie del complotto?

Non sappiamo ancora tutto su come funziona la nostra mente, ma c’è un punto su cui possiamo essere tutti d’accordo.

Siamo esseri profondamente influenzabili, molto più di quello che tendiamo a pensare.

Perché crediamo in quello che crediamo? Rispondere a questa domanda può aprire interessanti riflessioni sul complottismo.

In Menti sospettose si parla di uno studio che ha colpito particolarmente la mia attenzione e che dimostra come spesso finiamo a credere in qualcosa per motivi davvero impercettibili.

L’esperimento consisteva nel presentare alcune teorie del complotto a degli studenti di un college di Londra. Il loro compito era valutare quanto sembravano plausibili.

Ogni teoria veniva raccontata in un piccolo testo. Il contenuto era uguale per tutti, c’era solo una piccola differenza.

I testi che metà degli studenti leggevano erano scritti in un carattere facilmente leggibile – per esempio: un Arial di dimensioni 12 pixel.

Per l’altra metà degli studenti era stato usato un font più complicato da leggere.

Considera che tutti i partecipanti avevano una preparazione simile e, ti ricordo, il contenuto dei testi che leggevano era lo stesso.

Non ci sarebbero dovute essere grosse differenze in quanto ritenevano credibili le teorie che stavano analizzando. Giusto?

Eppure venne fuori che gli studenti che avevano letto il testo scritto col carattere più leggibile tendevano a credere di più alle teorie del complotto.

Era come se la forma desse in automatico più autorevolezza al contenuto.

Probabilmente, se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbero trovato delle argomentazioni per giustificare la loro fede in quella particolare teoria.

Anche se,  come scrive Brotheron,

«Nessuno di loro ha scelto consapevolmente di considerare come più o meno plausibili le teorie sul complotto. È stato il loro cervello a svolgere la maggior parte del lavoro dietro le quinte».

E questo capita di continuo.

Macchie, figure e complottismo

A due gruppi di studenti dell’università di Amsterdam furono fatte vedere immagini come queste:

esperimento università di amsterdam sul complottismo

Quello che dovevano fare era riconoscere le figure nascoste tra le macchie.

A volte, come nell’immagine di sinistra, delle figure c’erano davvero: a sinistra, appunto, potete intravedere una barca a vela.

Altre volte, al contrario, le macchie erano semplici macchie senza senso. L’immagine a destra è un esempio.

A entrambi i gruppi fu chiesto di concentrarsi su pensieri che suscitassero in loro ambivalenza.

L’ambivalenza è quel sentimento che proviamo quando pensiamo, per esempio, di mangiare un’intera vaschetta di gelato.

Sappiamo che nell’immediato sarà molto soddisfacente, ma anche che poco dopo genererà in noi dei rimpianti.

Tornando all’esperimento, devi sapere che l’unica differenza tra i due gruppi riguardava la scrivania dove era appoggiato il computer che proiettava le immagini delle macchie.

Per il primo gruppo la scrivania si trovava in disordine mentre svolgevano la prova.

Ai membri del secondo gruppo, invece, fu chiesto di mettere in ordine prima di cominciare a valutare le immagini.

I risultati? C’erano 12 immagini senza alcun senso, ma, in media, in 9 di questi 12 casi i partecipanti del primo gruppo trovavano comunque qualche figura.

Gli studenti che avevano ordinato la scrivania, invece, trovavano immagini di fantasia solo in 5 casi su 12.

Come mai? Questa è la spiegazione che dà Brotheron:

Cerchiamo abitualmente ordine e coerenza, e sentire una qualche ambivalenza equivale a sperimentare disordine e conflitto. Quando questo accade, possiamo provare a cambiare le nostre convinzioni, o semplicemente ignorare il problema. Oppure, possiamo adottare strategie più tortuose per venire a patti con le nostre emozioni indesiderate. L’ambivalenza minaccia il nostro senso dell’ordine, per cui, per compensare, possiamo cercare ordine altrove.

Il bisogno di ordine e coerenza del secondo gruppo di studenti era stato già soddisfatto dall’ordinare la scrivania.

Mettere in ordine

Cosa c’entra tutto questo con il complottismo? Seguimi per un attimo.

Quello che sta capitando negli ultimi anni ci ha ricordato che, per quanto possiamo essere una civiltà tecnologicamente avanzata, siamo in balìa del caso.

Benché ci fosse chi aveva avanzato le proprie preoccupazione, la pandemia da Covid-19 ha colto il mondo alla sprovvista.

Una guerra è scoppiata nel cuore dell’Europa, dopo decenni di pace che avevano convito tutti dell’impossibilità di un nuovo conflitto.

Il cambiamento climatico non è più una teoria, ma sta cominciando a farsi sentire forte e chiaro.

Ci sentiamo tutti più confusi, angosciati e senza direzione. Questa è la classica situazione in cui entra in gioco il meccanismo che gli psicologi chiamano «controllo compensativo».

Quando viviamo un caos esistenziale cerchiamo l’ordine altrove, proprio come gli studenti dell’esperimento di prima.

Il controllo compensativo, tra i diversi modi, si manifesta anche proprio nel «percepire schemi nella casualità o aderendo a superstizione e cospirazioni».

Le teorie del complotto mettono in ordine una realtà in cui non riusciamo più a raccapezzarci. Sono facili soluzioni a problemi complessi o a verità che non vogliamo accettare.

Qualcosa in cui credere

Marracash, in un suo pezzo dell’album Persona, scrive:

Sulla rete leggo solo bugie
Alla tele vedo solo bugie
E non so più a cosa credere, è l’alba
Certe sere solo bere mi calma
Per la strada sento solo bugie
Chi comanda dice solo bugie
Ah, c’è troppa poca fede rimasta
La gente non ci crede, ci casca

Ecco, il complottismo dà qualcosa in cui credere a chi non sa più a cosa credere.

Una teoria del complotto può essere più rassicurante dell’idea che la vita possa essere assurda e senza senso, dominata dalla fatalità.

Tant’è vero che spesso non è nemmeno importante la teoria del complotto in sé.

Uno studio del 2012 ha portato a risultati che, a primo impatto, potrebbe sembrare paradossali.

L’anno prima, nel 2011, gli Stati Uniti avevano portato a termine l’infinita caccia a Osama Bin Laden, ma sin da subito cominciarono a diffondersi diverse teorie su quell’evento.

C’era chi pensava che Bin Laden fosse morto da tempo. Altri credevano che fosse ancora vivo.

Bene, chi pensava fosse già morto era più incline a sospettare anche che fosse vivo.

La contraddizione si spiega perché entrambe le versioni si sposano con uno storytelling che affascina e secondo cui le cose non stanno come sembrano.

Ogni idea che conferma questa visione del mondo vale l’altra. Questo è uno dei bug della mente umana che ci possono aiutare ad aggiungere un ultimo tassello al puzzle del complottismo.

I bug della nostra mente

Qualche settimana fa sono stato a Capri. Prima di ripartire ci siamo fermati a prendere un gelato.

C’erano due bar che vendevano gelato a pochi metri l’una dall’altra. Un bar aveva la fila, l’altro era praticamente vuoto.

Come facevano i turisti in fila a sapere che un gelato era più buono dell’altro? Probabilmente non lo sapevano.

Gli psicologi spiegano che, in situazioni di incertezza, il nostro cervello prende delle scorciatoie per decidere. Queste scorciatoie sono conosciute come «bias cognitivi» e possono diventare veri e propri bug mentali.

Ora, nel caso del gelato a Capri, potrebbe essere che qualcuno avesse notato che in un bar le vaschette erano più vuote.

Quello poteva essere un segnale che un gelato era migliore dell’altro. A quel qualcuno si sono unite man mano altre persone.

Così facendo la fila folta e le vaschette vuote hanno indotto tutti a scegliere un bar invece dell’altro.

Per la cronaca: noi siamo andati al bar senza fila e il gelato era comunque molto buono.

Gelati a parte, in psicologia questo bias viene definito «bandwagon effect» o «effetto carrozzone».

Quando tutti fanno o pensano qualcosa siamo facilmente influenzabili e tendiamo ad adeguarci alla massa.

Il bandwagon effect non è però l’unico bug della mente umana di cui parleremo oggi.

Quando non riusciamo a spiegarci un evento la nostra reazione istintiva è cercare un colpevole.

E le teorie del complotto ci aiutano in questa ricerca, sodisfando quello che è definito «pregiudizio di intenzionalità».

Una teoria del complotto ci dice che è colpa di qualcuno e ci dà anche delle motivazioni che giustificano le sue azioni.

Sono convinzioni difficili da smontare. Anche perché, se siamo convinti di un fatto, tendiamo per natura a trovare quante più prove possibili per supportare le nostre ragioni.

Questa è l’essenza del bias di conferma.

Prima abbiamo parlato di filter bubble e anche Brotheron ricorda che «le fonti di notizie che leggiamo, i link che clicchiamo online e le opinioni delle persone di cui ci circondiamo […] tendono ad allinearsi, il più delle volte, con ciò che già crediamo».

Il bias di conferma, così come la bolla di filtraggio, ci rinchiude in una gabbia mentale da cui è difficile evadere.

E tutti ne siamo potenzialmente vittime, perché, come si legge in Menti sospettose,

il pensiero complottista è il prodotto di bizzarrie psicologiche integrate nel cervello di ogni essere umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hola

Share on whatsapp
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Leggi anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.