Blocco dello scrittore: 6 lezioni da 6 Nobel per superarlo

blocco dello scrittore

Il blocco dello scrittore è uno dei grandi nemici della scrittura creativa. Ti ha colpito? In questo seminario intensivo scoprirai cosa lo provoca, secondo la scienza. Infine 6 Nobel per la letteratura ti daranno i loro consigli per superarlo (e diventare uno scrittore più prolifico).


Non guarda in faccia a niente e nessuno.

Il mondo era nel caos della Prima guerra mondiale quando, il 20 gennaio 1915, Franz Kafka annotava nel suo diario:

Fine della scrittura. Quando tornerà da me?

Il blocco dello scrittore lo aveva assalito e pareva non voler lasciare la presa.

Aveva scritto e avrebbe ancora scritto pagine tra le più memorabili della letteratura europea. Però, in quell’inverno di oltre cent’anni fa, la scrittura era per lui un «tormento senza fine»:

«Come vola il tempo», segnava a marzo, «altri dieci giorni e non ho combinato nulla. Non viene fuori niente. Una pagina ogni tanto è buona, ma il giorno dopo sono senza forze».

Cosa succedeva allora a Kafka? E cosa succede, oggi, a te? Una storia molto particolare ti può aiutare a comprendere a fondo la sindrome del foglio bianco.

Ha a che fare con connessioni neurali, emozioni e falsi miti.

Dopo ti sarà molto più chiaro cosa provoca quest’apparente incapacità di scrivere qualcosa di soddisfacente. Alla fine i rimedi per il blocco dello scrittore di alcuni dei più grandi autori contemporanei ti renderanno molto più facile uscire da questo tunnel in cui ti trovi adesso.

Sei pronto? Partiamo.

La psicologia del blocco dello scrittore

La storia del blocco dello scrittore è un giallo cerebrale: l’immaginazione e la creatività sono le vittime.

sindrome del foglio bianco

Tutto ha inizio davanti a un foglio bianco. Lo scrittore, più o meno aspirante e più o meno scrittore, ha in mente il suo racconto. Ha anche in mente un metodo che crede infallibile: accontentarsi solo della perfezione.

Inizia a scrivere. Le prime dieci pagine scorrono lisce, svuota l’immaginazione e dà il meglio di sé. Poi qualcosa si rompe, eccolo là: il blocco.

Lasciamo il nostro scrittore, in preda alla crisi, davanti al suo computer. E spostiamoci nel suo cervello.

Sai cosa sta accadendo? Il suo sistema limbico – tramite l’amigdala – sta stimolando l’ipotalamo ad indurre la produzione di ormoni dello stress. Cortisolo e adrenalina, due di quegli ormoni che generano lo stress, iniziano a entrare in circolo.

Il processo creativo, in cui la corteccia è coinvolta, inizia a scricchiolare. Intanto i battiti cardiaci iniziano ad aumentare e, in pochissimo tempo, lo scrittore si trova incapace di concentrarsi e creare.

L’amigdala è una «piccola formazione ovale di sostanza grigia» (Treccani) e si trova appena sopra sopra il tronco cerebrale. La sua forma ricorda una mandorla: Daniel Goleman, nel suo Intelligenza emotiva, la definisce la «sentinella delle emozioni».

È, in sintesi, quella parte del cervello che ci porta a scappare di fronte a un pericolo.

Cosa c’entra allora con la scrittura? Il nostro scrittore in crisi sta affrontando un foglio bianco, non un feroce leone in un vicolo cieco. Il problema sta nella sua ossessione per la perfezione, che nasce da un falso mito.

La psicologa Susan Reynolds spiega che, all’aumentare della pressione su di sé, l’amigdala inizia a interpretare la scrittura come un segnale di pericolo.

Questo singolo fattore innesca il circolo vizioso che sta dietro a buona parte dei casi di blocco dello scrittore.

Nel nostro caso l’aspirante scrittore è ossessionato dalla perfezione. Ancora più nello specifico, è ossessionato da un’ideale di perfezione, che quasi mai esiste. Nel tuo caso, invece, la pressione potrebbe essere dovuta a una scadenza oppure a una mancanza di idee.

La sostanza non cambia.

Superare il blocco dello scrittore: 6 lezioni da 6 premi Nobel per la letteratura

C’è una strada, in entrambi i casi, per saltare oltre il blocco. È quella di avvicinarsi quanto più possibile alla meccanica della scrittura creativa.

Cosa intendo?

Il problema dello scrittore bloccato non è nelle sue idee. Quelle, molto spesso, sono abbastanza buone. A volte il problema può stare in una scarsa conoscenze di quelle leggi fisiche e mentali che regolano l’atto di scrivere.

Intendo tutte quelle tecniche, abitudini e idee che ruotano intorno alla scrittura e che non puoi non conoscere, se vuoi scrivere per mestiere.

C’è qualcuno che ti può insegnare tutto questo molto meglio di me. E sono coloro per i quali sei qui: i protagonisti di questo seminario. Ora lascio la parola a loro: i 7 premi Nobel per la letteratura che ti daranno delle lezioni applicabili per superare il blocco dello scrittore.

Thomas Mann

Lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere.

T. Mann, Tristano (1902)

Forse Mann, premio Nobel nel 1929, sarebbe stato interessato alle spiegazioni che la scienza riesce oggi a dare al blocco dello scrittore.

In questa sua famosa citazione c’è una grande verità e nella storiella di sopra potrebbe nascondersi una chiave per capirci qualcosa in più.

Hai mai sentito parlare della sindrome dell’impostore?

È un fenomeno psicologico, abbastanza paradossale, che accomuna tante persone di talento. Più si è capaci nel fare qualcosa e meno si ci crede in grado di riuscirci.

In altre parole, è una sorta di inadeguatezza apparente. Nel senso che appare solo a te: il resto del mondo è consapevole che sei capace in quello specifico compito che devi portare a termine.

Se sei una persona che tende a sminuirsi, molto probabilmente ora stai sentendo quella sensazione di essere fuori posto che hai provato almeno una volta nella tua vita.

Gli artisti sono una delle categorie più affetta da questa sindrome:

«Perché mai qualcuno vorrebbe rivedermi in un altro film? Io non so recitare, perché continuo a fare questa cosa?».

Sai chi l’ha detta? Meryl Streep, 21 nomination agli Oscar: più di chiunque altro nella storia.

Allo stesso modo a tanti scrittori sembrerà sempre di non essere abbastanza, specialmente mentre stanno scrivendo qualcosa di nuovo. Ecco uno dei motivi per cui scrivere è dannatamente complicato per chi dovrebbe essere il più indicato a farlo.

C’entrano l’ansia da prestazione e tutti i meccanismi di cui ti ho parlato poco fa. Adesso che li conosci, quando si presentano, combattili.

Sei la persona più adatta a fare quello che stai facendo. Quello che ti manca? Potrebbe essere un rito.

Toni Morrison

Toni Morrison è stata la prima donna afro-americana a vincere il Nobel. Era il 1993. Quello stesso anno, parlando alla Paris Review, raccontò perché scriveva prima dell’alba: era una necessità, aveva iniziato quando aveva dei bambini piccoli.

In quella necessità si nascondeva quello che, secondo me, è uno dei segreti per essere scrittori prolifici:

Di recente ho parlato con una scrittrice che mi ha descritto ciò che faceva ogni volta che si sedeva al suo scrittorio. Non ricordo esattamente quale fosse il gesto – c’è qualcosa sulla sua scrivania che tocca prima di toccare la tastiera del computer – ma abbiamo iniziato a parlare di piccoli rituali che uno ripete prima di iniziare a scrivere. All’inizio pensavo di non avere un rituale, ma poi mi sono ricordato che mi alzavo sempre e facevo una tazza di caffè e guardavo arrivare la luce. E lei disse: Beh, questo è un rituale.

T. Morrison, intervista alla Paris Review

Uno dei falsi miti sugli scrittori che circolando di più è quello del genio sregolato. Un essere simile all’incrocio tra Baudelaire e Bukowski, perennemente ubriaco, fatto o tutte e due le cose insieme.

Non c’è niente di più falso. La creatività ha bisogno di essere incanalata. È un processo complesso, lungo e ricco di salite emozionali.

Hai un rituale di scrittura?

C’è chi prima di scrivere medita. Altri che, come Toni Morrison e la sua amica scrittrice, ripetono piccoli e semplici gesti. Altri ancora leggono oppure vanno a fare quattro passi o seguono una routine dettagliata.

Il potere dei rituali è che fanno capire al cervello che è l’ora di fare qualcosa. E poi creano una sorta di magia abitudinaria che facilita la tua missione.

Gabriel García Marquez

A proposito di incanalare, senti cos’ha da dire Gabo:

Il miglior consiglio che mi hanno dato fin dall’inizio è stato che (…) se non avessi imparato la tecnica, avrei avuto problemi in seguito, quando l’ispirazione se ne sarebbe andata e la tecnica fosse necessario per compensarlo.

C’è da ringraziare chi gli ha dato questo consiglio «per i suoi romanzi e racconti» – è la motivazione del suo Nobel (1982) – «nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente».

Il destino è un enigma che non ha la presunzione di risolvere io. Magari sarebbe andata allo stesso modo, ma credo di no.

Ogni volta che inizio a scrivere qualunque cosa sento sotto le dita l’infinità di possibilità.

Hai presente?

Un racconto può andare in mille direzioni diverse. Un articolo può includere certe informazioni, escluderne altre. Un saggio può prendere una posizione, ma anche altre dieci sullo stesso argomento.

Quest’infinità di possibilità è bloccante. Barry Schwartz lo chiama paradosso della scelta:

La teoria è, ridotta all’osso, questa: più scelta abbiamo e meno scegliamo. L’esempio classico (oh!) è Netflix: passiamo intere serate a scorrere l’intero catalogo e spesso finiamo per vedere… nulla.

Il blocco dello scrittore può nascere da questo stesso paradosso: la moltitudine di idee confuse e divergenti ti evita di prendere una direzione.

Il trucco?

Decidila prima, la direzione, strutturando il lavoro. Puoi seguire una certa struttura narrativa oppure abbozzare una serie di scene da sviluppare o ancora darti dei macro-argomenti da affrontare nei vari capitoli del tuo testo.

Ricorda comunque che stiamo parlando di scrittura creativa: la palla è tra i tuoi piedi.

Il segreto, una volta che hai la tua struttura, è fermarti sempre giusto in tempo. Senti cosa suggeriva Hemingway a un suo curioso discepolo.

Ernest Hemingway

Arnold Samuelson era un ragazzetto del Minnesota. Aveva un sogno nel cassetto, fare lo scrittore, e una strada per riuscirci: la prima tappa portava dritto a Key West.

Ora, di Key West bisogna sapere che è la punta più meridionale di una sottile lama di terra che sbuca dalla Florida. E a Key West, dal 1927, si era stabilito Ernest Hemingway.

Qualche anno dopo, appena rientrato da Cuba, Hemingway si trova alla porta un ragazzo mingherlino. Il ragazzo gli racconta di aver fatto l’autostop dal Minnesota, percorrendo circa 2,000 miglia, per fargli qualche domanda sulla scrittura.

Hemingway lo rimanda al pomeriggio successivo.

Da quel pomeriggio passò quasi un anno, in cui Samuelson si guadagnò il soprannome di Maestro, «perché suonava il violino». È proprio Hemingway a raccontare questi dettagli, in un lungo articolo pubblicato nel 1935 sull’Esquire: Monologue to the Maestro, appunto.

Perché ti ho raccontato questa storia? Devi sapere che Arnold estrasse da Ernest una buona quantità di consigli per scrivere meglio. Da tutto questo magnifico composto la lezione da portare a casa è sostanzialmente una:

Il modo migliore è fermarti sempre quando stai andando bene e quando sai cosa accadrà dopo. Se lo fai ogni giorno quando scrivi un romanzo, non rimarrai mai bloccato. Questa è la cosa più preziosa che posso dirti, quindi prova a ricordartelo.

E. Hemingway, Monologue to the Maestro

Mario Vargas Llosa

Alla fine di questo percorso, fatto di routine e stop provvidenziali, vincerai la lotta di cui Vargas Llosa sta per parlarti:

La prima bozza è sempre molto difficile: una specie di lotta contro la demoralizzazione. Sento che non supererò mai le difficoltà. Quello che mi piace di più è la riscrittura. Correggere, sopprimere, aggiungere, ricostruire la storia: questo processo è il più eccitante per me.

Ecco, se il nostro scrittore perfezionista avesse ascoltato questo consiglio, forse avrebbe smesso di credere a un gran bel falso mito.

Infatti molti credono che scrivere un’opera qualsiasi sia un lavoro di scrittura e piccole revisione. L’unica persona che, a mia memoria, abbia scritto un libro tutto d’un getto è Jack Kerouac.

La leggenda vuole che avesse buttato giù On the road in tre settimane e su un unico, sterminato rotolo di carta. Fantasia, allucinazione o realtà? Io tenderei a diffidare, ma sarebbe pur sempre una felice eccezione.

Per noi comuni mortali la scrittura è una maratona, non uno sprint. Il vero lavoro dello scrittore è fatto di pazienti riletture, ricostruzioni a posteriori e coraggio di buttare via ciò che non va.

La perfezione è un giusto traguardo. Ricercarla dall’inizio, però, è da pazzi: scrivi una prima bozza, senza badare troppo ai dettagli, poi riscrivi, riscrivi e riscrivi. Alla fine troverai una possibile versione, tra le tante, che ti soddisfa.

A quel punto non perdere ancora tempo: salva, chiudi e fa’ ciò che devi. Insomma, ci siamo… quasi.

Kazuo Ishiguro

Non c’è niente di peggio.

C’è un errore che non devi commettere mai. Non c’è bozza, revisione o editing che tenga. Tieni a mente queste parole di Ishiguro, fresco fresco di Nobel:

Non sto cercando alcun tipo di morale chiara e non lo faccio mai nei miei romanzi. Mi piace evidenziare alcuni aspetti dell’essere umano. Non sto davvero cercando di dire non farlo o farlo. Sto dicendo: è così che mi sento. Le emozioni sono molto importanti per me in un romanzo.

La letteratura è un meccanismo di svelamento dell’umano.

La grande letteratura è un percorso dentro le emozioni, i sentimenti e gli istinti degli uomini. Lo scrittore è nient’altro che un artigiano della parola. Con questo unico, potentissimo strumento forgia percorsi universali e universalizzanti: scava a fondo, conosce prima se stesso e poi gli altri.

Entra nella carne dei personaggi e lascia che lo facciano anche i lettori. Saranno loro a spiegarsi i fatti, i gesti, i pensieri. Non provare a imporre la tua visione.

Quando inizi a scrivere, ogni volta che lo fai, tienilo bene a mente: scrivi di emozioni, non di idee.

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